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Masha Gessen è un attivista LGBTQ, (sigla che comprende le comunità lesbica, gay, bisessuale, trans gender e queer), giornalista e scrittrice nata in Russia nel 1967 da una famiglia ebrea. Emigrata negli Stati Uniti nel 1981, è ritornata in Russia nel 1991 per battersi in difesa della causa omosessualista contro le leggi volute dal premier Putin che vietano la propaganda della cultura omosessuale in presenza di minori.

Partecipando ad una conferenza tenutasi a Sidney nel 2012 (il video è reperibile nella rete), la giornalista colse molti di sorpresa affermando, da una parte, che “i gay dovrebbero avere il diritto di sposarsi”, ma anche, dall’altra, che “il matrimonio tra persone dello stesso sesso” è “un’istituzione che non dovrebbe esistere e per la quale è inutile combattere”.

Che le parole della Gessen dovessero finire presto nel dimenticatoio e che non suscitassero la sfrenata curiosità dei media era fin troppo facile da prevedere. L’attivista ha evidenziato con semplicità alcune delle contraddizioni e delle falsità che si celano dietro al riconoscimento del matrimonio omosessuale. Nel suo intervento dichiara in fin dei conti che la battaglia in quanto tale del matrimonio gay è solo un grande bluff, perché l’affermazione di questo tipo di unione ha per unico scopo la consequenziale dissoluzione concettuale del matrimonio in quanto tale. Secondo Masha Gessen l’istituzione del matrimonio verrebbe distrutta dal fatto che due tipi totalmente diversi di unione non possono più essere paragonate.

Il riconoscimento del matrimonio omosessuale e la possibilità di adozione sono, quindi, il passo decisivo per la distruzione dell’istituzione familiare così come naturalmente accolta in ogni società umana. Ammettere questo è segno di buon senso e soprattutto di buona fede.

Non sono in pochi anche tra le persone omosessuali, come la stessa Gessen, a individuare nella famiglia la vittima prescelta di un’ideologia così strumentale. Il luogo familiare è uno “spazio vitale” delicato e formativo. Ogni uomo e ogni donna si struttura come persona nel seno familiare e impara cosa vuol dire “essere in relazione”. I figli necessitano naturalmente di una padre e di una madre che li rimandino alle origini indissolubili della loro persona. Il legame filiale costituisce la struttura identitaria e non a caso l’aumento della violenza domestica e delle separazioni sono ferite profonde e durature nella vita dei figli. Una recente cronaca riporta il suicidio di un bambino di 10 anni che non poteva sopportare di dover assistere inerme alla separazione dei genitori.

Considerazioni troppo ardite, queste, per il volubile mercato delle informazioni. Crea meno problemi (cioè più incassi) raccontare che i figli preferiscono la separazione dei genitori piuttosto che vederli litigare di continuo, come se questo mondo fosse caduto in un baratro talmente profondo da non lasciar nemmeno lo spazio per immaginare una via di riconciliazione tra i genitori. Nessuno pubblicherà mai le cifre reali dei suicidi tra i giovani, che nella maggior parte dei paesi europei sono la seconda causa di mortalità dopo gli incidenti stradali. Continueranno a confondere con superficiali scorciatoie la causa con l’effetto.

I problemi reali di oggi sono “omofobia” e “femminicidio”, stando a quanto raccontano. Ma né una legge né una braccialetto elettronico potranno arginare la violenza crescente generata da un’esperienza impressionante di solitudine e non-senso che sperimentano sempre più persone nelle nostre società dell’edonismo e consumismo sfrenato.

Proprio a causa della progressiva delegittimazione della dimensione familiare naturale e del progressivo disinteresse sociale per le sue esigenze vediamo schizzare in alto gli indicatori di quel disagio giovanile contemporaneo che porta ai crimini suddetti. Dissolvere la famiglia significa dissolvere quello spazio in cui l’uomo ha sempre imparato le norme morali fondamentali dell’accettazione di sé e della convivenza con l’altro.

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